INFERNO 2 (PETROCCHI)

Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno

toglieva li animai che sono in terra

da le fatiche loro; e io sol uno                                            3

m’apparecchiava a sostener la guerra

sì del cammino e sì de la pietate,

che ritrarrà la mente che non erra.                                     6

O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;

o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,

qui si parrà la tua nobilitate.                                                9

Io cominciai: «Poeta che mi guidi,

guarda la mia virtù s’ell’è possente,

prima ch’a l’alto passo tu mi fidi.                                       12

Tu dici che di Silvïo il parente,

corruttibile ancora, ad immortale

secolo andò, e fu sensibilmente.                                       15

Però, se l’avversario d’ogne male

cortese i fu, pensando l’alto effetto

ch’uscir dovea di lui, e ’l chi e ’l quale                               18

non pare indegno ad omo d’intelletto;

ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero

ne l’empireo ciel per padre eletto:                                      21

la quale e ’l quale, a voler dir lo vero,

fu stabilita per lo loco santo

u’ siede il successor del maggior Piero.                             24

Per quest’andata onde li dai tu vanto,

intese cose che furon cagione

di sua vittoria e del papale ammanto.                                 27

Andovvi poi lo Vas d’elezïone,

per recarne conforto a quella fede

ch’è principio a la via di salvazione.                                   30

Ma io, perché venirvi? o chi ’l concede?

Io non Enëa, io non Paulo sono;

me degno a ciò né io né altri ’l crede.                                 33

Per che, se del venire io m’abbandono,

temo che la venuta non sia folle.

Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono».                            36

E qual è quei che disvuol ciò che volle

e per novi pensier cangia proposta,

sì che dal cominciar tutto si tolle,                                         39

tal mi fec’ïo ’n quella oscura costa,

perché, pensando, consumai la ’mpresa

che fu nel cominciar cotanto tosta.                                       42

«S’i’ ho ben la parola tua intesa»,

rispuose del magnanimo quell’ombra,

«l’anima tua è da viltade offesa;                                            45

la qual molte fïate l’omo ingombra

sì che d’onrata impresa lo rivolve,

come falso veder bestia quand’ombra.                                  48

Da questa tema a ciò che tu ti solve,

dirotti perch’io venni e quel ch’io ’ntesi

nel primo punto che di te mi dolve.                                         51

Io era tra color che son sospesi,

e donna mi chiamò beata e bella,

tal che di comandare io la richiesi.                                         54

Lucevan li occhi suoi più che la stella;

e cominciommi a dir soave e piana,

con angelica voce, in sua favella:                                           57

“O anima cortese mantoana,

di cui la fama ancor nel mondo dura,

e durerà quanto ’l mondo lontana,                                          60

l’amico mio, e non de la ventura,

ne la diserta piaggia è impedito

sì nel cammin, che vòlt’è per paura;                                       63

e temo che non sia già sì smarrito,

ch’io mi sia tardi al soccorso levata,

per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito.                                      66

Or movi, e con la tua parola ornata

e con ciò c’ha mestieri al suo campare,

l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata.                                               69

I’ son Beatrice che ti faccio andare;

vegno del loco ove tornar disio;

amor mi mosse, che mi fa parlare.                                         72

Quando sarò dinanzi al segnor mio,

di te mi loderò sovente a lui”.

Tacette allora, e poi comincia’ io:                                           75

“O donna di virtù sola per cui

l’umana spezie eccede ogne contento

di quel ciel c’ha minor li cerchi sui,                                        78

tanto m’aggrada il tuo comandamento,

che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi;

più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento.                                  81

Ma dimmi la cagion che non ti guardi

de lo scender qua giuso in questo centro

de l’ampio loco ove tornar tu ardi”.                                        84

“Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro,

dirotti brievemente”, mi rispuose,

“perch’i’ non temo di venir qua entro.                                     87

Temer si dee di sole quelle cose

c’hanno potenza di fare altrui male;

de l’altre no, ché non son paurose.                                         90

I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale,

che la vostra miseria non mi tange,

né fiamma d’esto ’ncendio non m’assale.                               93

Donna è gentil nel ciel che si compiange

di questo ’mpedimento ov’io ti mando,

sì che duro giudicio là sù frange.                                            96

Questa chiese Lucia in suo dimando

e disse: – Or ha bisogno il tuo fedele

di te, e io a te lo raccomando –.                                             99

Lucia, nimica di ciascun crudele,

si mosse, e venne al loco dov’i’ era,

che mi sedea con l’antica Rachele.                                      102

Disse: – Beatrice, loda di Dio vera,

ché non soccorri quei che t’amò tanto,

ch’uscì per te de la volgare schiera?                                     105

Non odi tu la pieta del suo pianto,

non vedi tu la morte che ’l combatte

su la fiumana ove ’l mar non ha vanto? –.                             108

Al mondo non fur mai persone ratte

a far lor pro o a fuggir lor danno,

com’io, dopo cotai parole fatte,                                               111

venni qua giù del mio beato scanno,

fidandomi del tuo parlare onesto,

ch’onora te e quei ch’udito l’hanno”.                                      114

Poscia che m’ebbe ragionato questo,

li occhi lucenti lagrimando volse,

per che mi fece del venir più presto.                                     117

E venni a te così com’ella volse:

d’inanzi a quella fiera ti levai

che del bel monte il corto andar ti tolse.                               120

Dunque: che è? perché, perché restai,

perché tanta viltà nel core allette,

perché ardire e franchezza non hai,                                     123

poscia che tai tre donne benedette

curan di te ne la corte del cielo,

e ’l mio parlar tanto ben ti promette?».                                126

Quali fioretti dal notturno gelo

chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca,

si drizzan tutti aperti in loro stelo,                                        129

tal mi fec’io di mia virtude stanca,

e tanto buono ardire al cor mi corse,

ch’i’ cominciai come persona franca:                                   132

«Oh pietosa colei che mi soccorse!

e te cortese ch’ubidisti tosto

a le vere parole che ti porse!                                                135

Tu m’hai con disiderio il cor disposto

sì al venir con le parole tue,

ch’i’ son tornato nel primo proposto.                                     138

Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:

tu duca, tu segnore e tu maestro».

Così li dissi; e poi che mosso fue,

intrai per lo cammino alto e silvestro.                                     142

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INFERNO 2 (PETROCCHI)

INFERNO 1 (PARAFRASI)

[1-9] A metà del cammino della nostra vita [circa 35 anni], mi resi conto che stavo attraversando una selva oscura: era infatti perduta la retta via. E quanto è difficile descrivere codesta selva selvatica e aspra e ardua, che rinnova la paura solo a pensarci! Tanto è amara che la morte lo è poco di più; ma per parlare del bene che vi trovai, dirò delle altre cose che vi ho scorto.

[10-30] Non so ripetere bene come vi entrai: a tal punto ero invaso dal sonno [del peccato], nel momento in cui abbandonai la retta via. Ma quando fui giunto ai piedi di un colle, laddove finiva quella valle che mi aveva afflitto il cuore di paura, alzai lo sguardo, e vidi le sue spalle già vestite dei raggi del pianeta che conduce chiunque dritto per ogni sentiero [il sole]. Allora si acquietò un poco la paura che mi si era cristallizzata nel lago del cuore durante la notte da me trascorsa con tanta angoscia. E come colui che è uscito, col respiro affannoso, fuori dal mare, sulla riva, si volge all’acqua pericolosa, e la guarda; così il mio animo, ancora in fuga, si volse indietro a rimirare il passo che giammai lasciò vivo alcuno. Poi, riposato un poco il corpo stanco, ripartii attraverso il declivio deserto, in modo che il piede più stabile era sempre quello più basso.

[31-60] Ed ecco, quasi all’inizio della salita, una lonza agile e molto rapida, che era coperta da un pelo macchiato; e non si allontanava dal mio volto, anzi ostacolava tanto il mio cammino, che più volte fui sul punto di tornare indietro. Era l’ora mattutina, e il sole ascendeva con quelle stelle che lo accompagnavano quando l’amore di Dio impresse il primo movimento a quelle bellezze: tanto che l’ora del giorno e la dolce stagione [la primavera] mi davano motivo di sperar bene riguardo a quella fiera dal manto screziato; ma non tanto che non mi impaurisse la vista che mi apparve di un leone: questi pareva dirigersi contro di me con il capo levato e con una fame piena di rabbia, sicché pareva che l’aria avesse timore di lui. E una lupa che sembrava carica di ogni brama nella sua magrezza e che già fece vivere molti popoli nella miseria, questa mi diede tanta ambascia, con la paura che emanava la sua vista, da farmi perdere la speranza di poter raggiungere la cima. E quale è colui che ottiene volentieri qualcosa, e viene il tempo della sua rovina, che piange e si rattrista in tutti i suoi pensieri, tale mi rese la bestia irrequieta: infatti, a mano a mano che mi veniva incontro, gradualmente mi respingeva laddove il sole non risplende.

[61-78] Mentre scivolavo in giù, mi si presentò davanti agli occhi uno che, per il suo lungo silenzio, pareva quasi muto. Quando vidi costui nel grande deserto, gli gridai: «Abbi compassione di me, chiunque tu sia, o spirito o uomo in carne e ossa!». Mi rispose: «Non sono uomo, ma lo fui, e i miei genitori furono dell’Italia settentrionale, entrambi mantovani di origine. Nacqui ai tempi di Giulio Cesare, benché fosse tardi [per dire di essere vissuto sotto di lui], e vissi a Roma sotto il buono Augusto, al tempo delle divinità menzognere. Fui poeta, e cantai le imprese del giusto figlio d’Anchise giunto da Troia dopo l’incendio della superba Ilio. Ma tu perché ritorni a una così grande tribolazione? Perché non sali la piacevole altura da cui incomincia e deriva ogni gioia?».

[79-90] «Dunque sei tu quel Virgilio e quella fonte che propaga un fiume così abbondante di parole?», risposi a lui con lo sguardo basso per la vergogna. «O luminoso lustro degli altri poeti, valgano a mio favore la lunga dedizione e il grande amore che mi hanno spinto a esaminare approfonditamente il tuo libro [l’Eneide]. Tu sei il mio maestro e il mio poeta, tu sei il solo da cui presi il bello stile che mi ha fatto onore. Vedi la bestia per cui tornai indietro: difendimi da lei, famoso sapiente, ché essa mi fa tremare vene e arterie [perché prive di sangue]».

[91-129] «Devi seguire un altro percorso», rispose dopo avermi visto piangere, «se vuoi scampare da codesto luogo selvaggio: infatti quella bestia per cui gridi non lascia passare alcuno per la sua strada, ma lo ostacola fino a ucciderlo; e ha una natura così malvagia e crudele che non sazia mai l’appetito bramoso, e dopo il pasto ha più fame di prima. Sono molti gli esseri viventi con i quali si accoppia, e saranno ancora di più, finché non verrà il veltro a farla morire con dolore. Questi non si nutrirà di beni terreni (terreni o metalli), ma di sapienza, di amore e di virtù, e nascerà tra due cappelli di feltro [di Castore e Polluce, ovvero sotto il segno dei Gemelli]. Sarà la salvezza di quella umile Italia per cui morirono in battaglia la vergine Camilla, Eurialo, Turno e Niso. Questi caccerà la lupa per ogni città, fino a quando non l’avrà rispedita all’inferno, da dove in origine la mandò l’invidia [di Lucifero]. Pertanto ritengo, nel tuo interesse, che tu mi segua, e io sarò la tua guida e porterò te da qui attraverso un luogo al di fuori del tempo, dove sentirai le disperate grida, vedrai le antiche anime dolenti che invocano ciascuno la seconda morte [la condanna del corpo e dell’anima insieme, dopo il Giudizio universale], e vedrai coloro che ardono contenti perché sperano di raggiungere, quando sarà, il popolo dei beati. E se poi vorrai salire da questi, per tale compito ci sarà un’anima più degna di me: con lei ti lascerò partendo; infatti quell’imperatore che regna lassù non vuole che io entri nella sua città, poiché rifiutai la sua legge. Dappertutto impera e lì esercita il comando; sono lì la sua città e l’alto trono: oh fortunato colui che egli lì presceglie!».

[130-136] E io a lui: «Poeta, io ti prego in nome di quel dio che tu non conoscesti, affinché io fugga questo male [la selva del peccato] e uno ancor peggiore [la dannazione eterna], che tu mi conduca dove testé hai detto, così che io veda la porta di San Pietro e coloro che tu dici tanto afflitti». Allora si mosse, e io gli tenni dietro.

INFERNO 1 (PARAFRASI)

INFERNO 1 (FONTI)

1. «In dimidio dierum meorum vadam ad portas inferi» (Is. 38.10); «Festinemus ergo ad patriam, qui in via sumus; tota enim vita nostra quasi iter unius diei est» (Colombano, Instructio VIII, § 1 [Sancti Columbani Opera, edited by G.S.M. Walker, Dublin 1957]); «nel cammino di questa brevissima vita» (Cv 3.15.18).

2. Cfr. per obscurum nemus / silvamque opacae vallis (Seneca, Phoenissae 15-16): parole rivolte da Edipo ad Antigone, in riferimento ai luoghi selvatici (ormai ambiente naturale del figlio incestuoso e parricida) in cui Agave, in preda al delirio di baccante, portò la testa del figlio Penteo confitta sul tirso. Si noti che Edipo, all’inizio (v. 4), chiede ad Antigone perché tenti di deviare verso la retta via il suo cammino privo di una meta: In recta quid deflectis errantem gradum? E la figlia si presenta come guida (quo vis utere / duce me [vv. 64-65]) che precede il padre (dum prior, quo vis eo [vv. 73]). Per lo smarrirsi di Dante nella valle cfr. If 15.50.

3. Cfr. Tesoretto 187-189: perdei il gran cammino, / e tenni a la traversa / d’una selva diversa.

4. Per E con valore asseverativo-enfatico davanti a quanto cfr. Cv 4.10.9, 4.11.13, 4.13.13; Pd 8.46-48. Ah/Ahi è facile glossa introdotta per evitare di leggere con valore copulativo (cfr. Benvenuto, ad l.) – cosa dura: «li quali comandamenti sono molti, sì che dura cosa sarebbe a dicerli tutti» (Giordano da Pisa, Pred. Genesi 2, p. 80); «è durissima cosa a dire» (Stat. sen., 1309-10, dist. 1, cap. 4); per duro a vd. TLIO, s. duro agg. § 2.5.

5. Aspera silva è clausola virgiliana (Georg. 1.152, 3.384). E anche la figura etimologica ricorda le cavae […] cavernae di Aen. 2.53.

6. Per il leit-motiv dell’emozione rivissuta cfr. If 3.130-132, 4.119-120, 5.102, 10.78, 14.77-78, 16.12, 17.85-88, 22.31-33, 24.82-84, 25.4, 26.19-20, 28.118, 30.67-69, 134-135, 32.70-72, 33.4-6, 34.10; Pg 2.114, 8.2-3, 18.120, 23.117; Pd 8.29-30, 23.129, 33.62-63; anche Fiore 154.7-8; A ciascun’alma presa 8; Per una ghirlandetta 1-3; Lo doloroso amor 15-18; Amor, tu vedi ben 40-42.

11. «Somnus autem animae est oblivisci Deum suum. Quaecumque anima oblita fuerit Deum suum dormit» (Agostino, Enarr. in Ps. 62.4).

12. Cfr. la chiusa della canzone di Chiaro Davanzati Ahi dolze e gaia terra fiorentinaonde ‘l Segnore Idio pien di pietate / per Sua nobilitate / ti riconduca a la verace via (vv. 68-70). 

16. Cfr. Ps 120.1: «Levavi oculos meos in montes, unde veniet auxilium mihi».

17. Personificazione ispirata a quella dei Campi Elisi in Aen. 6.640-641: Largior hic campos aether et lumine vestit / purpureo, solemque suum, sua sidera norunt.

20. Cfr. que jes Rozers, per aiga qe l’engrois, / non a tal briu c’al cor plus larga dotz / no m fass’, estanc d’amor, qan la remire (Arnaut Daniel, Sols sui 26-28, canzone citata in DVE 2.6.6), «ché già il Rodano, per quanta acqua l’ingrossi, non ha tale impeto che al cuore, lago d’amore, non mi faccia più copiosa sorgente quando la contemplo» (trad. di Mario Eusebi).

129. Eco quasi palinodica dell’esclamazione virgiliana di Georg. 2.490 (Felix qui potuit rerum cognoscere causas).

INFERNO 1 (FONTI)

INFERNO 1

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura:

ché la diritta via era smarrita.                                         3

E quanto a dir qual era è cosa dura

esta selva selvaggia et aspra e forte,

che nel pensier rinova la paura!                                      6

Tant’è amara che poco è più morte;

ma, per trattar del ben ch’io vi trovai,

dirò dell’altre cose ch’io v’ò scorte.                               9

Io non so ben ridir com’io v’intrai:

tant’era pien del sonno a quel punto

che la verace via abandonai.                                         12

Ma quand’i’ fui al piè d’un colle giunto,

là dove terminava quella valle

che m’avea di paura il cor compunto,                           15

guardai in alto, e vidi le sue spalle

vestite già d’i raggi del pianeta

che mena dritto altrui per ogni calle.                            18

Allor fu la paura un poco queta

che nel lago del cor m’era indurata

la notte ch’io passai con tanta pieta.                             21

E come quei ch’è con lena affannata

uscito fuor del pelago, a la riva,

si volge all’acqua perigliosa e guata,                            24

così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,

si volse a rietro, a rimirar lo passo

che non lasciò giamai persona viva.                             27

Poï, posato un poco il corpo lasso,

ripresi via per la piaggia diserta,

sì che ’l piè fermo sempre era il più basso.                  30

Et ecco, quasi al cominciar dell’erta,

una lonza leggera e presta molto,

che di pel macolato era coverta;                                   33

e non mi si partia d’inanzi al volto,

anzi impediva tanto il mio cammino,

ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.                             36

Temp’era del principio del mattino,

e ’l sol montava sù con quelle stelle

ch’eran con lui quando l’amor divino                           39

mosse di prima quelle cose belle;

sì ch’a bene sperar m’era cagione

di quella fier’a la gaetta pelle                                       42

l’hora del tempo e la dolce stagione;

ma non sì che paura non mi desse

la vista che m’apparve d’un leone.                               45

Questi parea che contra me venisse

con la test’alta e con rabbiosa fame,

sì ch’e’ parea che l’aer ne temesse.                              48

Et una lupa, che di tutte brame

sembiava carca nella sua magrezza

e molte genti fe’ già viver grame,                                 51

questa mi porse tanto di gravezza

con la paura ch’uscia di sua vista,

ch’io perdei la speranza de l’altezza.                            54

E qual è quei che volontieri acquista,

e giugne ’l tempo che perder lo face,

che ’n tutti suoi pensier’ piange e s’atrista,                  57

tal mi fece la bestia sanza pace:

ché venendomi incontro a poco a poco

mi ripigneva là dove ’l sol tace.                                    60

Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,

dinanzi agli occhi mi si fu offerto

chi per lungo silenzo parea fioco.                                 63

Quand’io vidi costui nel gran diserto,

«Miserere di me!» gridai a lui,

«qual che tu sie, o ombra o homo certo».                     66

Rispuosemi: «Non homo, homo già fui,

e li parenti miei furon lombardi,

mantovani per patrïa ambendui.                                   69

Nacqui sub Iulio, ancor ch’e’ fosse tardi,

e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto

al tempo delli dèi falsi e bugiardi.                                72

Poeta fui, e cantai di quel giusto

figliuol d’Anchise che venne di Troya

poi che ’l superbo Ylïòn fu combusto.                         75

Ma tu perché ritorni a tanta noia?

perché non sali il dilettoso monte

ch’è principio e cagion di tutta gioia?».                       78

«Or sè tu quel Virgilio e quella fonte

che spandi di parlar sì largo fiume?»

rispuos’io lui con vergognosa fronte.                           81

«O degli altri poeti honore e lume,

vagliami il lungo studio e ’l grande amore

che m’à fatto cercar lo tuo volume.                              84

Tu sè lo mio maestro e ’l mio autore,

tu sè solo colui da cu’ io tolsi

lo bello stilo che m’à fatto honore.                               87

Vedi la bestia per cu’ io mi volsi:

aiutami da lei, famoso saggio,

ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi».                         90

«A te convien tener altro viaggio»

rispuos’e’ poi che lagrimar mi vide,

«se vuo’ campar d’esto loco selvaggio:                        93

ché quella bestia per la qual tu gride

non lascia altrui passar per la sua via,

ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide;                             96

et à natura sì malvagia e ria,

che mai non empie la bramosa voglia,

e dopo il pasto à più fame che pria.                              99

Molti son gli animali a cui s’amoglia,

e più saranno ancor, infin che ’l veltro

verrà, che la farà morir con doglia.                             102

Questi non ciberà terra né peltro,

ma sapïenza, amore e virtute,

e sua nazion sarà tra feltro e feltro.                             105

Di quella humìle Ytalia fia salute

per cui morì la vergine Cammilla,

Eurialo, Turno e Niso di ferute.                                  108

Questi la caccerà per ogni villa

fin che l’avrà rimessa ne l’inferno,

là onde invidia prima dipartilla.                                  111

Ond’io per lo tuo mei penso e discerno

che tu mi segui, et io sarò tua guida

e quinci trarrò te per luogo etterno,                            114

ove udirai le disperate strida,

vedrai gli antichi spiriti dolenti,

che la seconda morte ciascun grida,                           117

e vederai color che son contenti

nel foco perch’e’ speran di venire,

quando ch’e’ sia, alle beate genti.                               120

A le quai poi se tu vorrai salire,

anima fia a ciò più di me degna:

con lei ti lascerò nel mio partire;                                123

ché quello imperador che là sù regna,

perch’io fu’ rubellante alla sua legge,

non vuol che ’n sua città per me si vegna.                  126

In tutte parti impera e quivi regge;

quivi è la sua città e l’alto seggio:

o‹h› felice colui ch’e’ quivi elegge!».                        129

Et io a lui: «Poeta, io ti richeggio

per quello dio che tu non conoscesti,

acciò ch’io fugga questo male e peggio,                     132

che tu mi meni là dov’or dicesti,

sì ch’io veggia la porta di san Pietro

e color cui tu fai cotanto mesti».

Allor si mosse, et io li tenni retro.                             136

 

1. cammin Triv Pal] camin Mart*   6. rinova Triv Pal] rinuoua Mart*   10. Io Triv Pal] I non Mart* – intrai Triv Pal] entrai Mart*   12. abandonai Pal] abbandonai Mart* Triv (-y)   15. m’avea Mart* Triv] mavia Pal   16. sue Mart* Triv] suo Pal   17. d’i r. Pal] de r. Mart* Triv   18. dritto altrui Triv Pal] dritt’altrui Mart*   19. Allor Triv] Allhor Mart*, Alhor Pal – queta Mart* Triv] cheta Pal   21. ch’io Triv Pal] ch’i Mart*   23. a la Triv] alla Mart* Pal   24. all’a. Pal] a l’a. Mart*, alacqua Triv   26. rietro Triv] retro Mart*   30. sempr’era il Pal] sempr’era ’l Mart*, sempre eral Triv   31. dell’erta Mart* Triv] del erta Pal   33. macolato Triv] maculato Mart* Pal – coverta Mart Triv] cop(er)ta Pal   36. ch’i’ Mart* Triv] chio Pal – fui Mart* Pal] fu Triv   37. mattino Mart* Pal] matino Triv   43. L’ora Triv] L’hora Mart*, Lhora Triv   45. m’apparve Mart* Pal] ma parue Triv   47. test’alta Mart* Pal] testa alta Triv   48. parea Mart* Triv] paria Pal – l’aer Mart*] laere Triv   50. sembiava Mart* Triv] sembraua Pal – magrezza Mart* Triv] magreça Pal   51. molte genti Pal] molte gente Mart   52. gravezza Mart* Triv] graueça Pal   54. altezza Mart* Triv] alteça Pal   55. qual Mart* Triv] quale Pal – volontieri Mart*] uoluntieri Triv, uolentieri Pal   56. ’l Mart* Triv] il Pal   57. atrista Pal] attrista Mart*, actrista Triv   60. ripigneva Mart Pal] ri(m)pi(n)gneua Triv   61. ch’i’ Mart* Triv] chio Pal – rouinaua Mart Triv] ruuinaua Pal   62. agli Mart* Pal] ali Triv   63. silenzo Mart Pal] silençio Triv   66. sie Pal] sia Mart Triv – o ombra Pal] od ombra Mart* Triv – o homo Triv] od huomo Mart*, o huomo Pal   67. homo, homo Mart Triv] huomo huomo Pal   69. ambendui Mart Triv] ambo dui Pal   71. Augusto Mart* Triv] agusto Pal   72. delli dèi Triv] de gli Dei Mart*, del yddei Pal   74. Troya Triv Pal] Troia Mart*   81. rispuos’io Mart Triv] rispuosi io Pal   84. cercar lo Mart* Triv] ce(r)care il Pal   85. sè lo Mart* Triv] se il Pal   86. da cu’ io Mart* Triv] da cui io Pal   87. stilo Mart Triv] stile Pal   90. ch’ella Mart* Triv] chela e i Mart Triv] e Pal   91. tener Mart* Pal] tenere Triv   92. poi Mart* Triv] po Pal   93. selvaggio Mart* Triv] siluaggio Pal   100. Gli animali Mart* Pal] li animali Triv – a cui Mart* Triv] ad cu Pal – s’amoglia Triv Pal] s’ammoglia Mart*   101. saranno Triv] sarann’ Mart*, saran Pal – ancor Pal] anchor Mart*, ancora Triv   102. che la Mart Pal] chella Triv   106. fia Mart* Triv] fie Pal   107. vergine Mart* Pal] uirgine Triv – Cammilla Triv Pal] Camilla Mart*   109. ogni Mart* Triv] omgne Pal   112. mei Mart] me Triv, meglio Pal (forse rev. tarda)   115. ove Pal] Ou Mart* Triv   116. gli antichi Mart* Triv] liantichi Pal   119. foco Mart* Triv] fuoco Pal   121. A le quai Mart] A le qua Triv, Al lequai Pal – poi Mart* Triv] po Pal   124. là sù Mart* Triv] lassu Pal   125. perch’io Triv] Per ch’i Mart*, p(er)chi Pal – rubellante Pal] ribellante Mart* Triv – alla Triv Pal] a la Mart*   131. dio Mart* Triv] iddio Pal   132. acciò Mart*] acio Triv, ad cio Pal – fugha Triv   136. li tenni Mart* Triv] gli tenni Pal

 

2. scura Lar Ham Rb Mad Laur Pal 4. hai q. Lar (in marg.), Ai Urb Pal 5. questa Triv Urb Pal, quella Ham – aspra La Mad Laur Pal   6. pensar Ham   11. pieno di Mart Ham Rb Urb Laur Pal – in quel Laur, in su quel Pal   13. poi chi Mart Triv, poi chio La Ham Urb Laur, poi che Rb, por chio Mad, quando Pal   16. Guatai Pal   20. ndurata Triv, durata La Ham Rb Urb Mad Laur Pal   22. E quale La (quale e rev.) – quel Ham Rb   26. indietro Pal   28. Comio Mart (ex Po c’hei) Triv, Quandio ei Lar, Poi che Ham Laur, Poi chebbi Rb Urb, Poi chei Mad – riposato Urb   37. dal p. La Urb, nel p. Laur   38. chel sol Mart Triv Mad – nandaua Urb   40. da p. La (di rev.) Ham Mad   46. chincontro Urb, chencontra Laur, che incontro Pal   47. bramosa fame Mart Triv   48. laria Pal – tremesse Ham Urb   49. Et duna Triv   51. molta gente Triv Laur – facia uiuer Laur   52. tanta Rb   55. come Urb – quel Rb   56. poi Laur Pal   57. isuoi Pal   60. tacie ex giacie (?) Ham, iace Laur   64. Quando Mart Triv Ham Rb Urb Mad Laur   69. e mantouani Urb   72. nel tempo Triv Urb Mad   73. contai Ham   74. da Triv Lar (di La?) Pal, de Rb   77. sali al Triv, salli al Ham, sali tu al Pal   78. ragion Laur – di tanta Laur   85. mio doctore Laur   88. per laqual mi Mad, p(er)cui mi Pal   89. e sagio Rb Mad, e saggio Urb Laur   90. tremare e u. e p. Laur   94. questa La Ham Rb Urb Mad Laur   97. E di n. Rb   101. insin Ham, fin Rb   103. Costui Lar (Questi La) Ham Laur, Custui Rb – nel peltro Urb   104. (et) amore Rb   105. tral f. el f. Urb   108. Eturiano Ham, E urialo Rb, urialo Mad Laur – et Turno Mart, e turno Triv La Rb Laur, e Niso e T. Urb – nisso Rb Mad   111. donde Mad, doue Laur   112. Onde Rb Laur   113. minsegni Ham   114. trarotti di qui Mart* La Laur, trarrotti di qui Triv, traroti di qui Ham Mad, traroti de qui Rb, trarotti de qui Urb, qui(n)ci ti trarro Pal   115. dolente Rb   116. E udirai Rb, E uedrai Urb, uederai Mad Pal, di quelli Laur – spirti Rb Urb Mad Pal   117. chala La Rb Urb   118. Et uedrai ex Et uederai Mart, E poi uedrai Triv (po) Pal, Et uedrai La Rb, Poi uederai Mad, E si uedrai Laur   119. del Laur   121. Nele quai Rb – [poi] Rb   122. di me piu La Urb   123. cola ti Urb   125. perche [io] Mad Laur   126. ca Pal   128. quiue Triv, Quine Ham, Qui ue Rb – [è] Mad – uictoria Ham   129. [o] Rb – chuiui La Rb, che iui Ham Laur, chui iui Mad, cui iui Pal   133. doue tuor Ham, oue Rb, doue tu Mad, douu or Laur, oue hor Pal   135. [E] Rb – Coloro Rb – che tu Ham Urb   136. dietro Ham Rb Urb Laur

 

3. Per il valore asseverativo-esplicativo del ché vd. L. Cassata, Note sul testo del canto I dell’Inferno, «Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa», s. 3a, XV (1985), pp. 103-106.

4. Le altre diciassette occorrenze di Ahi nel poema (If 7.19, 9.88 [Ahi quanto], 16.119 [id.], 18.37, 19.115, 21.31 [Ahi quanto], 22.14, 25.10, 27.84, 33.66/79/151; Pg 6.76/91, 12.112 [Ahi quanto]; Pd 9.10, 25.136 [Ahi quanto]) non presentano la variante E nei testimoni dell’antica vulgata (almeno quelli consultati da Petrocchi), segno che non si tratta di un facile scambio. In questo caso E ha funzione enfatica, non copulativa, il che non è compreso da alcuni commentatori (Benvenuto [«quod nullo modo stare potest, quia numquam litera posset construi, et tota omnino remanet suspensiva, et etiam illud E non haberet quid copularet. Unde necessario debet dici Ah, vel Ahi exclamative, quod tantum valet in vulgari florentino; et est adverbium admirantis, sive dolentis»], Villani [«Alia lictera habet E quanto, et est comunior et usitatior»]). In realtà, E iniziale nelle frasi esclamative dà slancio all’intonazione senza ricorrere al pathos dell’interiezione (peraltro forse eccessivo all’inizio del poema). Cfr. almeno Cv 4.26.8: «E quanto raffrenare fu quello, quando, avendo ricevuto da Dido tanto di piacere quanto di sotto nel settimo trattato si dicerà, e usando con essa tanto di dilettazione, elli si partio, per seguire onesta e laudabile via e fruttuosa, come nel quarto dell’Eneida scritto è!». Un bell’esempio si trova nell’attacco di una strofa dell’Intelligenza: «E come s’affrontaro i cavalieri / per vendicar Dominzio assai promente!» (180.1-2). Fuorviante è il riscontro portato da Inglese (ed. cit.) a favore di Ahi: l’interiezione heu citata in DVE 1.4.4 in riferimento al vagito del neonato (tema topico, per cui vd. Fenzi, ad locum); l’esclamazione del poeta riguarda la difficoltà di rappresentare l’angoscia della selva oscura. Per il nesso tra la clausola (cosa dura) e a dir passivo cfr. «li quali comandamenti sono molti, sì che dura cosa sarebbe a dicerli tutti» (Giordano da Pisa, Pred. Genesi 2, p. 80); «è durissima cosa a dire» (Stat. sen., 1309-10, dist. 1, cap. 4); per duro a vd. TLIO, s. duro agg. § 2.5.

11. La preposizione articolata, omessa per trivializzazione dalla maggior parte dei copisti (data la costruzione normalmente non deittica con pieno: «pieni di sonno» nel Vegezio di Bono Giamboni [l. 4, cap. 45], «piena di sonno» nei Fatti di Enea di Guido da Pisa [cap. 14]), chiarisce il senso metaforico del sostantivo: «Ex verbis istis notandum est quod sonnus accipitur pro peccato et vitam facinorosam significat» (Bambaglioli). In altre parole, il «sonno del peccato» (De Amore volg., 3.33, p. 333).

12. Il prefisso a- seguito da consonante scempia, etimologico nei francesismi (e in tal senso ricorrente nei poeti siciliani e nel Fiore), è conservato da Pal (ma anche da La, Ham e Laur, tra i non settentrionali). Vd. M. Vitale, La lingua del Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta) di Francesco Petrarca, Antenore, Padova, 1996, pp. 125-127. Anche il canzoniere Vaticano garantisce la scelta: «Occlusiva bilabiale sonora. È rappresentata quasi esclusivamente da <b> scempia […] in composti verbali con ad- registro […] abandonare 21» (P. Larson, Appunti sulla lingua del canzoniere Vaticano, in I canzonieri della lirica italiana delle Origini, a cura di L. Leonardi, IV, SISMEL-Edizioni del Galluzzo, Firenze 2001, pp. 70-71).

13. Per la memoria interna cfr. Pg 13.55 (ché, quando fui sì presso di lor giunto) e Pg 29.46 (ma quand’i’ fui sì presso di lor fatto); in prosa, anche VN 10.4 («quand’io fu’ giunto dinanzi da loro»). Depone a favore di quand’i’ la sgradevolezza della rima martellante siciliana tra poi e fui, entrambi metricamente accentati; non a caso la sequenza poi ch(e) (io) fui, pur banale, costituisce hapax in Dante (inclusa la prosa). Con il trapassato remoto è molto più frequente, nel poema, la congiunzione temporale poi ch(e), in questo canto ai vv. 28 (solo in β), 75, 92. Oltre all’eco, può avere influito lo scambio q-p a partire dall’abbreviazione qādi, confusa con pochi (po’ ch’i’). Infine, un certo peso va dato alla tradizione esegetica latina, a partire dal Bambaglioli («postquam pervenit ad montem»); in questo caso infatti il volgare quando corrisponde al latino postquam. Vd. anche ED, s. quando (cong.), a cura di Ugo Vignuzzi, § 2.2.2.

20. Facile l’omissione del titulus. Per il senso traslato del verbo, riferito a entità astratta, cfr. B. Giamboni, Delle Storie contra i Pagani di Paolo Orosio libri VII, volgarizzamento di B. G., a cura di F. Tassi, Baracchi, Firenze 1849,  l. 3, cap. 13, p. 157: «per lungo uso era la loro virtude indurata». Per la paura che gela il cuore cfr. R  25.9-10: e messo ha di paura tanto gelo / nel cuor de’ tua fedel’, che ciascun tace.

22. Con Lanza divido ch’è rispettando il parallelismo sintattico della similitudine: quei ch’è […] uscito e l’animo mio, ch’ancor fuggiva.

28. Diffrazione in presenza per supposta ipometria. La variante di α rimedia a una facile aplografia (da Po’ posato). La lezione di Pal è anche in Pr e non si può escludere che fosse nel testo originario di La. Petrocchi si appoggia soprattutto a una correzione di Ash (che i); menziona anche Laur, forse per cattiva lettura. Contro Poi ch’èi (debolmente attestato) si possono addurre due ragionamenti: l’incomprensione della forma èi avrebbe comportato, in via maggioritaria, la soluzione di Urb (Poi ch’ebbi riposato il c. l.) o, più semplicemente, la lezione Poi che (con paraipotassi), senza la variante di Mart Triv, col passato remoto (cfr., nello stesso canto, il v. 92); il passato remoto èi ricorre solo nella prosa, e in entrambi i casi i copisti non hanno alcuna difficoltà a capirlo, anche se l’assenza di vincoli metrici consente ad alcuni di scrivere ebbi: VN 14.3 (èi pensato S V M Mg, ebbi p. K T To Ft C), 22.1 (detto èi O M, d. ebbi K T To S C Mg [hebbe], ma Gorni legge ebbi). Per la dieresi a inizio di verso cfr. poï li ocide e mandali ad onferno (Bestiario moralizzato 44.11 [M. Romano, Il “Bestiario moralizzato”, in Testi e interpretazioni. Studi del Seminario di Filologia romanza dell’Università di Firenze, Ricciardi, Milano-Napoli 1978, p. 828]); Poï che ’l sole e ’l vento e la piog[g]ia (Mare amoroso 136 [PD I, p. 492]); poï ch’altro non bramo (Monte Andrea, Le rime, a cura di F.F. Minetti, Accademia della Crusca, Firenze 1979, canz. 2, v. 22, p. 42]); Poï nel mezzo tutto’l mal radoppia (ivi, tenz. 1, canz. 3, v. 40, p. 457); poï che no·mmi val null’argomento (Muscia da Siena, d. 2, v. 18 [A. Bruni Bettarini, Le rime di Meo dei Tolomei e di Muscia da Siena, cit., p. 95]); dopo cesura in Chiaro (non blasmerëi poï che fallasse [C. Davanzati, op. cit., canz. 28, v. 51, p. 105]); vd. anche L. Spagnolo, Sui testi della scuola siciliana, cit., p. 27, n. 8. A Pd 16.120 la dieresi è imposta dall’articolo aferetico: che poï ’l suocero il fe’ lor parente. Per la sequenza del primo emistichio (poi + part. pass.) cfr. Pg 24.130. In alternativa, si potrebbe pensare a un’inversione nell’archetipo: Posato poi, come Discesa poi a Pg 14.52. Escluderei la sequenza incipitaria Po(i) i(o), estranea a Dante.

33. Il vocalismo latino di maculato ricorre cinque volte in Cv 1.4.9-11, insieme con macula; Ageno, nell’Introduzione, registra la convergenza dei quattro codici da lei seguiti per la veste linguistica («sempre maculato» [I, p. 920]). Tuttavia, nell’altra occorrenza di If 29.75, Mart ha macolati (ex maculati della stampa).

37-38. Il doppio complemento del principio del mattino corrisponde all’aggettivo matutinum (tempus). La paratassi trova riscontro nei due soggetti coordinati del v. 43 (l’alba e la primavera). Il che incipitario del v. 39 può essere stato anticipato per errore, ma avrà influito anche la memoria del noto esametro virgiliano Tempus erat quo prima quies mortalibus aegris (Aen. 2.268), in cui però si fa riferimento alla prima parte della notte, non a una stagione. Per la locuzione montare sù (senza in) cfr. i casi sicuri di If 24.33, Pg 16.49, 11.45, Pd 15.111. Si conserva l’accento in funzione diacritica, per distinguere l’avverbio dalla preposizione.

48. Più difficile aer bisillabo, come dimostra il comportamento del revisore di La. Tre le occorrenze sicure di aer in Cino (PDSN) contro altrettante di aere/aire; una nei Rerum vulgarium fragmenta (227.12). In Dante aer non è mai monosillabo, per cui il segno di dieresi non serve. A favore di temesse (contro tremesse, ritenuto da Petrocchi lectio difficilior) cfr. Cassata 1985, pp. 121-128.

51. Il plurale genti è garantito dalla rima, sia in questo canto (v. 120), sia altrove (If 4.19, 8.59 [giente Mad, poi corr.], 9.124, 29.106, 33.79; Pg 5.13, 10.101 [molte g.; giente Mad], 12.35 [gente Ash], 24.30 [molte g.; molta gente Ash Ham], 30.138; Pd 16.26; R 44.2), a differenza dell’invariabile gente, qui ben rappresentato (Mart Triv Ham Mad).

59. La forma piena della congiunzione, recata da Pal, conferma la grafia ché di Lanza (vd. anche Cassata 1997a): come al v. 3, si tratta dell’equivalente volgare di nam. La posizione mediana della locuzione avverbiale a poco a poco è propria dell’apò koinoû: di tanto indietreggia Dante di quanto gli si avvicina la fiera. Cfr. Ecclesiaste 19.1: «qui spernit modica paulatim decidet».

63. In un sonetto di Cino, probabilmente indirizzato a Dante (PD, II, p. 651), la rima conferma la caduta di jod: Se tu sapessi ben com’io aspetto / stando gravato de lo tuo silenzo, / non potresti già più, questo sentenzo, / la regola tener di Benedetto (vv. 1-4 [: 6 agenzo : 7 Lorenzo]). Si noti che il silenzio di Virgilio è qui non meno gravoso di quello di Dante per Cino. Martini corregge il silentio della stampa anche a Pd 13.31. In entrambi i casi Petrocchi non registra la lezione perché intende la z manoscritta come sostitutiva della sola t; ma già nel primo canto accoglie l’identica correzione di sapientia in sapienza (vd. sotto, v. 104). Si aggiunga che la forma silenzo rafforza l’assonanza con la rima –erto.

66. Nessuna delle trenta occorrenze dantesche di sia in rima (compresi Fiore, Detto e rime dubbie) è di seconda persona; nessun sii sui quindici rimanti in –ii del poema; in compenso, si registra sie a Pg 25.32 (tu sie). Cfr., sempre in rima, Tesoretto 2590 (tu non sie).

72. Cfr. al tempo d’i dolci sospiri (If 5.118). Diverso è il caso del nesso subordinante nel tempo che, citato da Petrocchi e forse presente ai copisti.

74. La grafia Troya ricorre nei testi fiorentini (47 occorrenze nell’OVI, dalla fine del Duecento alla metà del Trecento).

82. L’importanza della grafia honore per Dante è dimostrata da DVE 2.7.5-6, in cui amore è inserito tra i vocabula pexa mentre honore tra gli yrsuta ornativa in ragione di una certa asperitas aspirationis.

85.  Sulla distinzione tra scempia e intensa di Cv 4.6.3-5, con autore ‘poeta’ (< auieo) o ‘persona degna di fede’ (< autentin) da un lato e auctore/auttore (< augeo) dall’altro, vd. L. Cassata, “Autore” e “auctore” nella “Comedia”, «Studi Linguistici Italiani», XXV (1999), ii, pp. 271-274.

85-86. Si noti, in Mad, la forma sei, ricostruita dai copisti settentrionali per analogia con veri casi di apocope post-vocalica (cfr. A. Castellani, Da a sei, «Studi linguistici italiani», XXXV [1999], pp. 3-15).

94. Errore polare, dovuto anche all’influsso di esto del verso precedente. Boccaccio chiosa: «quella lupa». Questa non è accettabile perché la fiera si trova al cominciar dell’erta, lontana da entrambi i poeti, relegati là dove ’l sol tace. Va anche precisato che non si trovano altri riscontri danteschi del dimostrativo questo (o esto) seguito da parola in omeoteleuto (-esta, –estia ecc.). Cfr. Maestro, quai son quelle genti / che, seppellite dentro da quell’arche (If 9.124-125), con la doppia variazione queste genti (Ash Rb [questi] Urb) e quest’arche (Urb Mad).

106. Depone a favore della diastole (10 le occorrenze sicure del rimante umìle nel Dante non comico) la mancata elisione del dimostrativo davanti a parola sdrucciola, di contro ai seguenti casi: «quell’anima» (If 34.61; Pg 6.79, 12.2, 22.126); «quell’anime» (If 3.100, 5.109; Pg 4.17, 14.127); «quell’opere» (Pd 24.104); e, soprattutto, «quell’unica sposa» (Pg 20.97).

108. Il polisindeto parziale, che distingue Camilla dagli altri eroi, non ha senso, benché sembri più difficile: «Dante ha inteso esplicitamente alternare un eroe d’un campo con altro dell’esercito avverso: Camilla ed Eurialo, Turno e Niso» (Petrocchi, ad locum [riguardo allo scambio tra Niso e Turno in Urb]). Al contrario, isolando la guerriera (come fanno alcuni copisti), si determina una distinzione di genere e si perde la mescolanza dei due fronti.

114. Per la memoria interna cfr. ma misi me per l’alto mare aperto (If 26.100), i’ vidi mosso me per tutto l’arco (Pd 27.80); per gli accenti consecutivi di quarta e quinta cfr., nello stesso canto, ch’eran con lui quando l’amor divino (v. 39). A partire da *e trarroti quinci (con erronea enclisi per scambio te > ti), metricamente inaccettabile per la base senaria, ai copisti si presentano due possibilità: passare alla proclisi (Pal) o sostituire l’avverbio con la relativa locuzione; sul passaggio quinci > di qui vd. Pg 4.82 (di qui Ash, per errata interpretazione del di’ che precede l’avverbio). Quinci ritorna, dopo cesura tronca, a Pd 21.68.

117. Per la difesa di grida transitivo vd. L. Cassata, Tra paura e speranza (il canto I dell’Inferno), «Linguistica e letteratura», XXII (1997), § 8.

125. Da salvaguardare il fiorentinismo rubellante (attestato in La [rev. re-], Urb e Pal, ovvero presso copisti di aree linguistiche diverse): nell’OVI sono ben 1197 le occorrenze di rubel-, di cui 1134 in testi fiorentini (per il resto toscani) e la prima in Brunetto Latini.

126. La variante di Pal (ch’a sua città per me si vegna), pur godendo di un riscontro interno (lo primo giorno ch’a città venisti [Pd 16.144]), estende il concetto banalizzandolo: Virgilio si dispera perché non può entrare nella civitas Dei (non semplicemente avvicinarsi, come farà durante il viaggio con Dante), per cui la preposizione in pare più adatta.

129. La triplice ripetizione di quivi ha un forte valore enfatico, né appare pleonastica l’esplicitazione del soggetto, impossibile con la variante cu(i) ivi, che sarà nata da una facile riduzione: che quiui > che iui (Ham Laur), letto anche *chiui > chui iui. Non sempre si esplicita il relativo oggetto se è seguito dal pronome soggetto: cfr. If 32.134 (colui che tu ti mangi), dove il solo Urb legge cui, e Pd 29.56 (di colui che tu vedesti).

136. Per una concordia dei manoscritti sul più difficile latinismo, pur calato in un comune sintagma verbale, cfr. pregando Stazio che venisse retro (Pg 27.47). Peraltro a If 19.93 Petrocchi preferisce Viemmi retro al più facile Viemmi dietro di Mart Triv.

 

INFERNO 1

INFERNO 1 (PETROCCHI)

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura,

ché la diritta via era smarrita.                                3

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura

esta selva selvaggia e aspra e forte

che nel pensier rinova la paura!                             6

Tant’è amara che poco è più morte;

ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,

dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.                       9

Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,

tant’era pien di sonno a quel punto

che la verace via abbandonai.                               12

Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,

là dove terminava quella valle

che m’avea di paura il cor compunto,                     15

guardai in alto, e vidi le sue spalle

vestite già de’ raggi del pianeta

che mena dritto altrui per ogne calle.                     18

Allor fu la paura un poco queta,

che nel lago del cor m’era durata

la notte ch’i’ passai con tanta pieta.                          21

E come quei che con lena affannata,

uscito fuor del pelago a la riva,

si volge a l’acqua perigliosa e guata,                      24

così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,

si volse a retro a rimirar lo passo

che non lasciò già mai persona viva.                     27

Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,

ripresi via per la piaggia diserta,

sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso.            30

Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,

una lonza leggera e presta molto,

che di pel macolato era coverta;                              33

e non mi si partia dinanzi al volto,

anzi ’mpediva tanto il mio cammino,

ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.                        36

Temp’era dal principio del mattino,

e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle

ch’eran con lui quando l’amor divino                    39

mosse di prima quelle cose belle;

sì ch’a bene sperar m’era cagione

di quella fiera a la gaetta pelle                                  42

l’ora del tempo e la dolce stagione;

ma non sì che paura non mi desse

la vista che m’apparve d’un leone.                          45

Questi parea che contra me venisse

con la test’alta e con rabbiosa fame,

sì che parea che l’aere ne tremesse.                          48

Ed una lupa, che di tutte brame

sembiava carca ne la sua magrezza,

e molte genti fé già viver grame,                             51

questa mi porse tanto di gravezza

con la paura ch’uscia di sua vista,

ch’io perdei la speranza de l’altezza.                       54

E qual è quei che volontieri acquista,

e giugne ’l tempo che perder lo face,

che ’n tutti suoi pensier piange e s’attrista;               57

tal mi fece la bestia sanza pace,

che, venendomi ’ncontro, a poco a poco

mi ripigneva là dove ’l sol tace.                               60

Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,

dinanzi a li occhi mi si fu offerto

chi per lungo silenzio parea fioco.                           63

Quando vidi costui nel gran diserto,

«Miserere di me», gridai a lui,

«qual che tu sii, od ombra od omo certo!».             66

Rispuosemi: «Non omo, omo già fui,

e li parenti miei furon lombardi,

mantoani per patrïa ambedui.                                 69

Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,

e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto

nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.                         72

Poeta fui, e cantai di quel giusto

figliuol d’Anchise che venne di Troia,

poi che ’l superbo Ilïón fu combusto.                       75

Ma tu perché ritorni a tanta noia?

perché non sali il dilettoso monte

ch’è principio e cagion di tutta gioia?».                   78

«Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte

che spandi di parlar sì largo fiume?»,

rispuos’io lui con vergognosa fronte.                       81

«O de li altri poeti onore e lume,

vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore

che m’ha fatto cercar lo tuo volume.                         84

Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore,

tu se’ solo colui da cu’ io tolsi

lo bello stilo che m’ha fatto onore.                           87

Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;

aiutami da lei, famoso saggio,

ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi».                      90

«A te convien tenere altro vïaggio»,

rispuose, poi che lagrimar mi vide,

«se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;                   93

ché questa bestia, per la qual tu gride,

non lascia altrui passar per la sua via,

ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide;                         96

e ha natura sì malvagia e ria,

che mai non empie la bramosa voglia,

e dopo ’l pasto ha più fame che pria.                       99

Molti son li animali a cui s’ammoglia,

e più saranno ancora, infin che ’l veltro

verrà, che la farà morir con doglia.                        102

Questi non ciberà terra né peltro,

ma sapïenza, amore e virtute,

e sua nazion sarà tra feltro e feltro.                      105

Di quella umile Italia fia salute

per cui morì la vergine Cammilla,

Eurialo e Turno e Niso di ferute.                        108

Questi la caccerà per ogne villa,

fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno,

là onde ’nvidia prima dipartilla.                          111

Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno

che tu mi segui, e io sarò tua guida,

e trarrotti di qui per loco etterno;                        114

ove udirai le disperate strida,

vedrai li antichi spiriti dolenti,

ch’a la seconda morte ciascun grida;                  117

e vederai color che son contenti

nel foco, perché speran di venire

quando che sia a le beate genti.                        120

A le quai poi se tu vorrai salire,

anima fia a ciò più di me degna:

con lei ti lascerò nel mio partire;                     123

ché quello imperador che là sù regna,

perch’i’ fu’ ribellante a la sua legge,

non vuol che ’n sua città per me si vegna.        126

In tutte parti impera e quivi regge;

quivi è la sua città e l’alto seggio:

oh felice colui cu’ ivi elegge!».                        129

E io a lui: «Poeta, io ti richeggio

per quello Dio che tu non conoscesti,

acciò ch’io fugga questo male e peggio,        132

che tu mi meni là dov’or dicesti,

sì ch’io veggia la porta di san Pietro

e color cui tu fai cotanto mesti».

Allor si mosse, e io li tenni dietro.                    136

INFERNO 1 (PETROCCHI)